giardino

La pioggia

Stamattina,

con gli occhi serrati,

ho soffocato il pianto.

Poche lacrime,

sfuggite al nodo,

hanno allagato l’unico varco d’accesso alle tue emozioni,

facendole galleggiare nei tormenti

di una stagione precoce

e impreparata.

Fatica ancora a rialzarsi, l’elleboro,

tra primule che solo gialle o bianche, il bosco si concede.

Segnano la strada al rivolo, rivoltano la terra appena imbibita, le unghie decise del mio cane,

che arieggiano e preparano all’accoglienza.

Leggerezza

Ti dico ‘foglia’

e mi sorprendo ad accoppiare nervature,

ti dico ‘seme’

e conto i nodi di un quipu.

Ti dico che di petali, col vento, ci fan paracadute i pensieri gravi,

ed un sorriso ti solleva il broncio.

Sono missioni ardite, quelle schiuse impercettibili,

si scosta appena l’uscio e già la luce è bàlia;

dispiega le forme che il vento forza sulle diafane fronde,

scopre le periferie del colore, le simmetrie della ruggine.

Non sento che gli umori della terra,

le mie narici come otri da riempire

per fare scorta di leggerezza.

Mi piego fino a non sentirmi più straniero,

fino ad essere imboccato dalla terra,

fino a farmi rimboccare le coperte per la notte.

Fuggevolezza

Un accenno, appena apparso e per nulla intimato,

ma interiore,

un soffio di memoria che affiora come un croco e tinge,

macchia sugli schizzi, il prato che solo di terra brulla attende l’arrivo dei pionieri

e il risveglio degli ostinati.

Il passo è ancora orma da calco,

la pioggia affanga e accoppia argilla e brecciolina,

algida attrazione passeggera tra parenti prossimi.

Il profumo, cerco di coglierlo come una mela,

l’attacco al picciòlo, legnoso e tenace,

si divincola, si sfibra, si abbandona esanime e perduto,

si concede solo un attimo,

e vola.

L’accoglienza di un seme

Un incendio sulla terra nuda.

Rivoltata dalla lama che affonda e scardina, la breccia non rifiuta, non protesta, accoglie materna le stille e le polveri, i semi vagabondi, pionieri e conquistatori di uno spazio vergine.

 

 

Il seme nuovo

è fiducioso.

Si radica nel profondo

Nei luoghi

Che sono

Più vuoti.

[Clarissa Pinkola Estés]

 

 

E’ già successo mille e mille volte, in tutte le storie dei popoli in cammino, di ritrovarsi a rinascere come la terra, con la terra, di farsi forza e di mietere speranza, di coltivare la pazienza e rivedere il colore di un fiore, un germoglio spaesato, il profumo dell’infanzia, dell’improvvisazione.

Un seme non sa mai dove cadrà, non se ne cura; si affida e aspetta, si contiene, conserva le sue energie fino al momento in cui capirà di trovarsi nel posto giusto per darsi compimento.

Le sue speranze, il seme, le consegna a chi non lo priva di un nido, foss’anche nel pertugio più remoto di una casa in rovina, perché il seme è il principio e il principio non contempla esitazioni, non vince sul ripensamento.

La terra ama l’audacia, garantisce nascondiglio a tutti i temerari.

E’ madre, non giudica.